Sedegliano

Pillole di fede dal nostro territorio

di Ilaria Mattiussi

Studia, cerca un lavoro prestigioso, coltiva amicizie influenti, non farti distrarre e corri verso i tuoi obiettivi. Quante volte ci siamo sentiti ripetere le chiavi per il successo? Quante volte non abbiamo assaporato la strada, perché troppo impegnati a cercare la linea di arrivo? Il Covid19 ci ha costretti a riscoprire i piccoli attimi, l'oggi rispetto ad un futuro incerto. Ne abbiamo parlato con Don Paolo Budai.

Con quali sentimenti ha vissuto il periodo di quarantena? Cosa le è mancato di più?
Se devo essere sincero, l'ho trascorso serenamente, come un'occasione per pregare di più, leggere, studiare e fare le cose che spesso rimandiamo. Abbassare i ritmi fa bene. Si è trattato di un tempo di silenzio, un “deserto quaresimale” nel quale ho potuto fare pulizia dell'anima e ritrovare l'interiorità. Ciò che più mi è mancato è il non poter essere andato a trovare i miei genitori.
Com'è riuscito a tenere unita la comunità durante i mesi più difficili?
Alle otto del mattino ho sempre celebrato l'Eucarestia e alle sei di sera il Santo Rosario. Il suono delle campane avvisava i fedeli e più di qualcuno si univa a me spiritualmente o mi affidava le sue intenzioni. Noi sacerdoti abbiamo celebrato le Messe nel silenzio, da soli, ma in comunione con il Popolo di Dio e con l'intera Chiesa visibile e non. Ogni Eucarestia è pane spezzato per una moltitudine. Anche in una Messa celebrata senza popolo, insomma, è presente tutto il corpo mistico, la Chiesa. Grazie all'aiuto del Gruppo giovani, presente nella nostra collaborazione pastorale, ed a WhatsApp, abbiamo, inoltre, distribuito materiali a genitori, bambini e ragazzi.
Qualche settimana fa le celebrazioni sono state riaperte ai fedeli. Come si è organizzato e con quali sentimenti ha accolto la comunità?
Ho riaccolto i fedeli con gioia e con l'entusiasmo di ricominciare un cammino, di riprendere ad essere Chiesa in uscita. Spero, però, non si perda il valore, che la pandemia ci ha costretti a riassaporare, di famiglia come piccola Chiesa domestica. Non vorrei, infatti, che con il ritorno alla normalità dimenticassimo la ricchezza, appena riscoperta, del praticare la preghiera in casa. Per quanto riguarda l'organizzazione, le chiese sono state sanificate prima dell'apertura e dopo ogni celebrazione. Seguiamo le normative: gel all'ingresso, obbligo di mascherina e segnaposti. Durante le prime domeniche, siamo stati aiutati dai volontari della Protezione Civile, che ringrazio.
Lei è in contatto con le persone: di cosa c'è più bisogno?
Tutti ci dicono di correre, di fare le cose in fretta, di non perdere tempo. La Chiesa è, per fortuna, di un altro parere. Ci invita a fermarci, per permettere a Dio di parlare ai nostri cuori e renderci conto di come non possiamo avere una fiducia smisurata nelle sole forze umane e nella tecnoscienza. Siamo fragili, vulnerabili, creature finite e non onnipotenti. Il Signore ci invita a riflettere sulla genuinità della nostra fede e comprendere se sia centrata sul Gesù del Vangelo, sul senso della vita e sul destino dell'uomo. Solo aprendo “un pertugio attraverso il quale Dio e la creazione si guardano”, come ci racconta Simone Weil, possiamo riscoprire Lui come amore misericordioso.
Abbiamo ascoltato e visto storie molto dolorose. Come possiamo conciliare amore verso il prossimo e paura del contagio?
Niente strette di mano o baci, lavarsi le mani frequentemente, rimanere lontani almeno un metro dall'interlocutore, starnutire e tossire in un fazzoletto o nella piega del gomito: sono regole ferree e non ci è ancora dato sapere se saremo in grado di proteggerci davvero. Penso non sia il timore a dominare le nostre vite, ma l'angoscia nell'accettare di non poter controllare e conoscere tutto. Il vicino ci fa paura, ma siamo una comunità che, nella sofferenza, comincia a parlarsi e riconoscersi. Se in un primo momento mostriamo i segni di uno spaesamento involontario, troviamo, proprio nella fragilità, la forza per ricostruire quei valori umani e sociali che la pandemia sembra aver spazzato via. Le parole, adesso, prendono il posto di abbracci e strette di mano e, ovviamente, possiamo stare accanto al prossimo con la preghiera.
I mesi appena vissuti ci hanno fatto conoscere paura e sofferenza. Molte persone si chiedono, dunque, dove sia Dio.
Spesso il Signore rischia di essere la vittima sacrificale sulla quale gli uomini cercano di addossare ogni responsabilità, per poi ricominciare come se nulla fosse. Ne viene, quindi, denunciata l'assenza come alibi. In realtà, anche nelle scorse settimane difficili e tragiche, Dio c'era. Era nel cuore, nelle mani, nelle parole e nei gesti quotidiani di ogni essere umano. Come non vederlo all'opera attraverso coloro che si sacrificano nelle corsie degli ospedali, per l'ordine pubblico, l'assistenza a domicilio in caso di necessità e nella responsabilità delle decisioni politiche ed economiche? Per percepire la sua presenza invisibile e silenziosa, dobbiamo ritrovare gli occhi della fede, della speranza e della prossimità. Certo, nei momenti di intenso dolore, le domande sono più numerose delle risposte, ma non bisogna dubitare di Dio. Occorre, al contrario, lottare con lui contro il male e il Maligno, che semina la zizzania nel campo della fiducia e della speranza. Paul Claudel ha scritto “Gesù non è venuto nel mondo a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza”.
Cosa ci ha insegnato questa esperienza?
La speranza, a questo punto, è quella di aver almeno imparato, o meglio aver rinunciato a tanto per portarci dietro qualcosa di buono. Ci stiamo ricordando quanto sia importante la vita familiare, che invece trascuriamo giorno dopo giorno. Siamo, quindi, ritornati nelle case e abbiamo ricostruito i rapporti. Ci siamo accorti di essere tutti uguali dinnanzi a una crisi, senza distinzioni di cultura, religione, occupazione, situazione finanziaria o fama. Se questa malattia ci tratta tutti allo stesso modo, allora dovremmo cominciare a farlo anche noi. La nostra società è diventata materialista ma, in questo momento di difficoltà, abbiamo riscoperto gli elementi essenziali di cui abbiamo veramente bisogno, a dispetto delle pomposità alle quali inutilmente diamo valore. Mi auguro che tutti possano ritrovare il gusto della vita, donando importanza a ciò che davvero la merita. La pandemia ci ha lasciato delle lezioni importanti.

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Ultimo aggiornamento: 14/07/2020 11:54