Lestizza, Arte e spettacoli, Poesia

Poesie di Cappello per la chiusura di Avostanis

di Astrid Virili

Si è conclusa con una suggestiva serata di poesia in musica la rassegna Avostanis dell'associazione culturale Colonos, che da fine luglio e per tutto il mese di agosto ha proposto numerosi appuntamenti dedicati alla cultura friulana contemporanea.
Nel cortile dell'antico casolare di Villacaccia di Lestizza si sono alternate le voci di Massimo Somaglino, Claudia Grimaz ed Enza Pagliara, accompagnate dalla fisarmonica di Antongiulio Galeandro, che hanno recitato e cantato i versi del poeta Pierluigi Cappello, scomparso l'anno scorso a soli 50 anni. A lui era dedicata la rassegna Avostanis di quest'anno.
Il recital è stato ideato nel 2001 da Claudia Grimaz che ha messo in musica alcune delle liriche di Cappello, coinvolgendo Enza Pagliara, tra le più conosciute interpreti della tradizione musicale salentina, e il fisarmonicista Antongiulio Galeandro. Nella versione del 2001 la voce recitante era dello stesso Cappello, mentre ieri sera le poesie sono state lette dall'attore friulano Massimo Somaglino.

Riportiamo il testo di una delle liriche che fanno parte del recital.

Tu tu mi cjalis, soriane, cun vôi
di maràngule ch’e rît, dal balcon
a la intimele lûs, fuarfe ch’e stoche
siums dal to zardin di siums, l’amôr
ch’al cor inmò pe’ pleis da la cuvierte
e jo dongje ch’o ten la vite dentri
come piere ch’e ten dentri il soreli
e intal cjalâti «vîf» tu tu mi disis
«no sta studâlu, vîf», alore vivi
cun debil flât soflâ cuintri stravinte
ma difûr dulà ch’a si vîf il vint
ch’al mene grande sium dal sium, la lum
ch’al bastarès bussâsi achì tal scûr
cjalcjant une volte lavri cun lavri
dant come dâsi chel ch’a nol pues
jessi plui dât di nô, ch’a nol si pues;
la lum, s’e nas e sclope mûrs, cuvierts
di me, di te, e rimâ scjele cun stele
piçul cul grant si podarès achì
cumò, parceche o sin chì, nô,
butâts jù nûts di lassù, nassûts
inte bocje dal scûr.

Tu mi guardi, soriana, con occhi di gatta che sorride, dalla finestra alla federa luce, forbice che spicca sogni dal tuo giardino di sogni, l’amore che scorre ancora per le pieghe della coperta, e io accanto che tengo la mia vita dentro come pietra che tiene dentro il sole e nel guardarti «vivi» mi dici «non spegnerlo, vivi», allora vivere, con debole fiato soffiare contro la bufera, ma fuori dove si vive il vento, il vento sull’asfalto e sui gerani, vento che porta un grande sonno nel sogno, il lume, che basterebbe baciarti qui nel buio premendo una volta labbra contro labbra, dando come darsi quel che non può essere più dato di noi, che non si può; la luce, se nasce fa schiudere muri, coperchi di me, di te, e rimare scheggia con stella, piccolo con grande si potrebbe qui, ora, perchè siamo qui, noi, gettati nudi di lassù, nati dentro la bocca del buio.

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Ultimo aggiornamento: 12/11/2018 14:24