Bertiolo, Sociale

Pillole di fede dal nostro territorio

di Ilaria Mattiussi

È opinione comune che i momenti difficili ci accompagnino nella riscoperta di ciò che amiamo e desideriamo veramente. Quando tutto sembra perduto e la speranza pare una linea sempre più sottile, la fiducia può sostenere le nostre giornate. In occasione del venerdì Santo, ne abbiamo parlato con Don Davide Gani, parroco di Bertiolo-Sterpo, Pozzecco e Virco.

Come sta affrontando questa situazione da persona e uomo di Chiesa?
Mi sono imposto di vivere questo tempo con serenità e calma. Fermarsi all'improvviso, in un mondo in cui la frenesia regna sovrana, è stato uno shock per tutti, compresi noi sacerdoti. In questo periodo, mi pongo molte domande rispetto al modo nel quale abbiamo vissuto fino a pochi mesi fa. Ho riscoperto momenti quotidiani, come aprire la chiesa, fermarmi in canonica e avere il tempo per pensare e riacquistare una dimensione personale di meditazione e preghiera, ascoltando il silenzio e la natura. D'altra parte, però, sono consapevole della fatica e della sofferenza con cui le persone malate affrontano la situazione. I sanitari devono proteggerle ma, in questo modo, i familiari non possono stare loro accanto e crescono, così, solitudine e fragilità.
In quale modo manifesta la sua vicinanza ai fedeli?
All'inizio dell'isolamento, ho inviato alla comunità una lettera, che si trova anche nel sito internet del Comune di Bertiolo. Attraverso la Protezione Civile, abbiamo consegnato un ramoscello di ulivo alle famiglie e in chiesa è esposta l'immagine della Vergine di Screncis, che di solito si trova nel Santuario. Ogni tanto scorgo le persone, fra cui parenti di malati, che vanno a fare la spesa e volgono gli occhi a lei, pregando per i loro cari. Domenica sarà trasmessa in diretta la celebrazione della Santa Pasqua (pagina Facebook "Domenica insieme in parrocchia"). Sono modi per essere presente, nonostante la lontananza. La comunità, per fortuna, è anche sostenuta da strutture familiari forti.
Cosa le manca della vita di prima?
Il contatto con i fedeli, soprattutto con i bambini e la dimensione comunitaria delle celebrazioni. D'altra parte, però, ho riscoperto un camminare più lento.
Come cambierà, secondo lei, il rapporto della Chiesa con i fedeli?
Credo che l'impossibilità di celebrare in comunità, rafforzi la dimensione familiare della fede. Bambini e ragazzi vedono genitori e nonni raccogliersi durante le messe del Papa e spesso pregano con loro. La fede è, quindi, trasmessa in famiglia. Per questo motivo, abbiamo messo a disposizione, a livello diocesano, alcuni sussidi. Stare insieme obbligatoriamente, ci ha inoltre permesso di riscoprire l'essenziale. Credo che molte persone saranno felici di ritrovarsi in Chiesa la domenica, quando sarà possibile.
È in qualche modo legittimo, in questo periodo, sentirsi abbandonati e senza fiducia?
Credo che sia molto difficile comprendere la disperazione di chi è malato, o si trova anche solo in isolamento, senza averla fatta propria. È un momento di prova non indifferente, ma in questo caso ci si aggrappa all'essenziale. Quando siamo poveri di relazioni, fragili e non possiamo fare ciò che vogliamo, allora ci rivolgiamo a ciò che rimane, al Signore.
Cosa ci lascerà questo periodo?
Dipende molto da come l'abbiamo vissuto e dalla nostra struttura di persone. Questa prova lavorativa ed umana plasmerà, per esempio, i medici e li cambierà dentro. Molte persone elimineranno i fronzoli della loro vita e, forse, alcuni si renderanno conto di aver corso per nulla. Non si tratterà di sola meditazione, in molti vorranno uscire e riprendere la loro quotidianità come prima. Credo, però, che quando avremo la possibilità di rivederci, non dimenticheremo questa esperienza. 
Ultimo aggiornamento: 03/06/2020 03:47