Flaibano, Scuola

Qualcosa di speciale nell’aria

di Un cittadino semplice

Di questi tempi, cinquant’anni fa, a Flaibano (e Sant’Odorico) c’era qualcosa nell’aria di speciale.
Io avevo quasi 8 anni e vivevo la mia giovinezza con la dovuta spensieratezza ma con una particolare attenzione che, fin d’allora, avevo verso le “cose da grandi” capaci di farmi sognare e vagare con la fantasia.
Fu proprio una di queste “cose da grandi” che mi attrasse particolarmente.
Era il Natale 1969 quando, seduto intorno al tavolo del tradizionale pranzo di famiglia, con zii, nonni e cugini, vicini di casa, preti, suore, conoscenti, ecc.ecc., sentii intavolare il discorso della “Nuova Scuola”.
A dire il vero, io la scuola nuova già la conoscevo essendo uno di quelli che, nell’ottobre 1968, avevo inaugurato, da “Remigino” (così venivano chiamati gli alunni della prima elementare), la nuova struttura che sorgeva nel cortile di quella vecchia, gloriosa ma piuttosto malconcia.
Capii dopo un po’ che il discorso non era riferito alla scuola nuova come edificio ma al nuovo modello di scuola che da lì a poco sarebbe stato avviato nella nostra piccola comunità.
L’entusiasmo, la passione, il fervore della discussione, i sorrisi l’ottimismo erano palpabili come era chiaro anche un auto compiacimento dei presenti intenti, ognuno a suo titolo, a rivendicare una piccola/grande parte in quella rivoluzione, che per me stava per trasformarsi in una figura mitica, fantastica, mirabolante.
Per un bambino di 8 anni, sentir dire che “Flaibano sarà la prima esperienza regionale del tempo pieno”, poteva, com’è pensabile, non avere un significato così chiaro ma sentirlo dire dalle persone che erano alla base delle mie certezze affettive, vicinali, paesane mi procurava la sensazione di fierezza per essere parte di quella trasformazione, una specie di bambino eletto, fortunato.
A quella prima indimenticabile imbeccata natalizia ne seguirono molte altre. Le frequentazioni famigliari e della vita sociale finivano sempre per inserire nei discorsi questa “novità” ed anche tra me e i miei cugini o compagni di scuola, era diventato un gioco immaginare questa “Nuova Scuola”, che ci avrebbe accolto anche al pomeriggio, laddove avremmo mangiato insieme, laddove avremmo potuto fare ben due ricreazioni, laddove, per mezza giornata, avremmo tolto il grembiule per metterci tuta e scarpe da ginnastica.
La cosa più sorprendente era sentirne parlare ovunque, anche all’oratorio, laddove il nostro amato parroco (un vero pioniere, sempre attento alle innovazioni), ci spiegava che nella “Nuova Scuola” saremmo stati a casa di sabato e che quello doveva essere il giorno in cui “Vi riposate, aiutate a casa, fate sport, in modo che la Domenica siete tutti qui, con me…perché voi siete i miei Discepoli”. Che tempi!!!
Alla fine dell’anno scolastico, a giugno del 1970, salutammo i nostri ultimi insegnati “tradizionali”. La mia maestra era una persona dalla fortissima personalità, asciutta nei modi, a volte severa ma sempre molto delicata e materna quando ce n’era bisogno. Ricordo che quando andammo a prendere la pagella partecipai ad una conversazione alla presenza di mia madre e di altre mamme ed insegnanti. La mia maestra era particolarmente contenta poiché la “Nuova Scuola” avrebbe rivoluzionato il modo di insegnare ma anche di stare a scuola. Lei, sempre molto attenta alle famiglie in difficoltà, si diceva felice di veder sparire “l’armadio dei sussidi”, ovvero quell’armadio posto in fondo alla classe laddove gli insegnanti andavano a prendere un quaderno, de pennini, la gomma e quant’altro per quei bambini che non potevano permettersi di acquistarli. Una umiliazione che lei diceva essere vergognosa e che nella “Nuova Scuola” sarebbe sparita. E così fu. Quando tornai a scuola., in quel primo ottobre 1970, quell’armadio non c’era proprio più. Detto, fatto. Ma cosa può essere più educativo di questo per un bambino? Questo fu solo uno dei tanti “segni” lasciati da quella metamorfosi che nel maggio del ’70 stava invadendo le nostre due piccole comunità.
Come vorrei che oggi altri bimbi avessero la possibilità di sentirsi dentro un cambiamento positivo. Come vorrei che altri bimbi potessero chiudere gli occhi e sognare una “Nuova Scuola”, ma mi sento inaridito al punto che questo desiderio credo sia diventato una pura chimera.
Oggi attraverso il mio paese e non sento entusiasmo, non sento desiderio di cambiamento, non sento voglia di confronto, di passione. Non sento, significa che sono io il sordo, che sono io il cieco e che qualcosa magari c’è ma non riesco a percepirlo. Un vero peccato.
Allora passo di fronte alla “mia scuola”, oggi più bella che mai dopo essere stata rifatta sette anni fa, e la guardo con speranza.
Le parole “Tempo Pieno” non sono più di moda, le hanno anche tolte dai testi delle nuove norme regionali, ma io mi nutro ancora di quell’aria che spirava nella primavera del ’70 e ringrazio chi ha reso tutto ciò una realtà. Nomi, cognomi li ho stampati in mente e non serve citarli. Appartengono alla Storia, quella con al “S” maiuscola, della mia comunità, oggi distratta e apatica.
Ti voglio tanto bene mia cara “SCUOLA A TEMPO PIENO LUIGI BEVILAQUA”, prima in regione, prima nel mio cuore.

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Ultimo aggiornamento: 14/07/2020 11:51