Codroipo, Arte e spettacoli, Ricordi

Il Patriarcato di Aquileia, terra sclaborum

di Elena Donada

L’apporto degli slavi nella storia del Friuli. Si è svolta sabato 22 giugno, nella chiesa di Goricizza, la terza serata culturale in cartellone per gli “Eventi” di Corte Bazan, un appuntamento che ha visto fondersi le conoscenze del professor Angelo Floramo con la maestria del fisarmonicista Paolo Forte, in un connubio perfetto.
Angelo Floramo insegna Storia e Letteratura nella scuola secondaria. Medievista per formazione, ha pubblicato molti saggi e articoli specialistici, collabora con diverse riviste nazionali ed estere; dal 2012 collabora con la Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli in veste di consulente scientifico.
L’intento dell’evento è stato comunicare suggestioni di una parte della nostra storia trascurata, ma di cui abbiamo traccia indelebile ad esempio nei toponimi. È una storia che non si occupa tanto dei grandi eventi, ma di ricercare i fili della cultura e del folklore, una storia difficile da inseguire, che va letta in controluce. La storia del Friuli è una storia plurima, che da nord a sud e da est verso ovest ha mostrato la facile penetrabilità del nostro territorio intersecato da frontiere, e la frontiera è sporca e meticcia.
Fondamentale in questo quadro è risultato il controllo del territorio esercitato in modo capillare dalla struttura politica e religiosa del Patriarcato di Aquileia.
Alla giurisdizione ecclesiastica aquileiese furono soggetti i territori amplissimi che vanno dalla Venetia et Histria e quelli inclusi in una vastissima area estesa da Occidente, dalla confluenza del Mincio nel Po, fino al corso meridionale della Sava quando si immette nel Danubio ad Oriente, vale a dire la Pannonia prima e Pannonia Savia. Un territorio che per vastità superava quello del vescovo di Roma.
Una giurisdizione così vasta è passata attraverso una conversione guidata da missionari che, sapientemente, non hanno cancellato ma semmai trasformato i culti pagani inserendoli nel contesto cristiano.
Il racconto di Floramo ha guidato una assemblea rapita attraverso i racconti di Paolo Diacono che descrive Gisulfo, re longobardo, prendere possesso dei territori che si estendono davanti a lui dall’alto dei Musi (Moži) sotto le cui vette sono state rinvenute sculture di divinità slave.
Le suggestioni hanno condotto attraverso i nomi di Buja, che deriva da bujatin = fiorire, colle su cui è fiorito appunto uno dei castelli donati al Patriarca per il controllo del territorio, proseguendo con lo stesso toponimo di Udine che deriverebbe da Videm = S. Vito, santo amato dalla cultura slava, divinità che si lega ad una pagana che ha che vedere con i morti che ritornano (e a Udine il cimitero cittadino è dedicato proprio a S. Vito).
Un riferimento suggestivo poi alla stessa Goricizza, piccola gora = piccola collina, il cui toponimo decisamente di origine slava, fa riferimento agli antichi tumuli tombali di cui si trova traccia amplissima nel nostro territorio (Tomba di Mereto), e che divennero spesso luogo sacro di insediamento delle zadruga, comunità cooperanti. Un riferimento che il professore ha sottolineato significare che “se passi su questa terra, passi per essere utile agli altri. E se non sei utile agli altri non hai senso”, un insegnamento che dovremmo recuperare.
A Goricizza, inoltre, si lega il culto di Sante Sabide, una venerazione protocristiana ed ebraica, su cui si è innestata la cultura slava.
Affascinanti i riferimenti alle syren, sirene, e al lîs sisilis, passando attraverso i segni ancora tangibili riferiti ai solstizi d’inverno e d’estate (il mâc di San Zuan e i riti pagani ad esso connessi, termine che rimanda ancora una volta a quella storia potente e vastissima che dovremmo riscoprire).
Le musiche di Paolo Forte hanno fatto da contrappunto legando meravigliosamente gli interventi del professor Floramo, improvvisando brani che hanno evocato il canto gregoriano, il garrito delle rondini, la sacralità e potenza della nostra cultura millenaria.

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Ultimo aggiornamento: 17/09/2019 16:59