05/09/2026
Arte e spettacoli
83^ Mostra del Cinema con Leone d'Oro alla carriera a Clooney
di Angelo Cannella
Ha preso il via mercoledì 2 settembre, alle ore 19, nella Sala Grande del Palazzo del Cinema al Lido di Venezia, l’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.
Madrina della manifestazione è l’attrice e regista Greta Scarano insieme all’attore Nicolas Maupas, mentre la giuria di Venezia 83 sarà presieduta dalla regista, attrice, sceneggiatrice e produttrice statunitense Maggie Gyllenhaal
La Mostra ha visto altresì la proiezione in Concorso, in prima mondiale, di “Ink”, diretto dal regista premio Oscar e Bafta Danny Boyle, autore di film come “Trainspotting”, “The Millionaire” e “28 anni dopo”. Il film è scritto da James Graham, drammaturgo e sceneggiatore vincitore di diversi premi Olivier, e vede protagonisti Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy. “Ink” racconta la nascita e l’ascesa del quotidiano britannico The Sun attraverso l’acquisizione da parte dell’editore Rupert Murdoch e il successivo lavoro del direttore Larry Lamb. Una vicenda ambientata nel 1969, anno dello sbarco sulla Luna, che ricostruisce la trasformazione del giornalismo popolare britannico e l’impatto del nuovo tabloid sul panorama dell’informazione.
Momento centrale della cerimonia è stata la consegna del Leone d’oro alla carriera a George Clooney, regista e attore statunitense. A pronunciare la laudatio in suo onore è stata l’attrice statunitense Laura Dern.
La Mostra di Venezia ha celebrato giustamente George Clooney con il Leone d’Oro ed è difficile immaginare un luogo più adatto per premiarlo, dato che il rapporto fra Clooney e il Lido è molto più profondo del semplice rituale del red carpet.
Clooney infatti è venuto alla Mostra del Cinema di Venezia molte volte, da attore e da regista, accompagnando alcuni dei film più importanti della sua carriera, ed è stato lui stesso, accettando il Leone, a ricordare quanto questo rapporto sia speciale aggiungendo ironicamente come un premio di questo tipo sottolinei il fatto che, a sessantacinque anni, stia inesorabilmente invecchiando.
Guardando la sua storia, Clooney sembra avere trascorso gran parte della carriera cercando di sfuggire all'immagine che avrebbe potuto imprigionarlo: quella dell'uomo più affascinante di Hollywood. Perché il fascino c'è sempre stato, naturalmente. Il sorriso, l'eleganza, l'aria da divo del cinema classico, quasi un Cary Grant arrivato per errore alla fine del Novecento. Ma dietro quell'immagine Clooney ha costruito progressivamente qualcosa di molto meno prevedibile di quanto sembrasse all'inizio. Un successo, il suo, arrivato relativamente tardi dopo anni di piccoli ruoli, serie televisive e film dimenticabili. Poi, nel 1994, ecco il dottor Ross di ER – Medici in prima linea. E bastano pochi episodi perché diventi uno dei volti più popolari della televisione americana. Clooney rimane nella serie per cinque anni e Hollywood capisce rapidamente di avere trovato una nuova star.
Il passaggio al cinema, però, non segue una strada lineare. Clooney infatti ha alternato grandi produzioni e film d'autore, spettacolo e rischio. Ha lavorato con Steven Soderbergh, Terrence Malick, David O. Russell, i fratelli Coen, Alfonso Cuarón, Alexander Payne. È il soldato di “Three Kings”, il rapinatore irresistibile di “Ocean's Eleven”, il protagonista surreale di “Fratello, dove sei?”, l'avvocato tormentato di “Michael Clayton”, l'uomo solo e perennemente in viaggio di “Tra le nuvole”, il padre costretto a fare i conti con il dolore di “Paradiso amaro”. Ruoli diversissimi nei quali, tuttavia, rimane sempre qualcosa di riconoscibile: uomini fragili, sconfitti o disorientati.
Nel 2002 comincia una carriera parallela passando dietro la macchina da presa con “Confessioni di una mente pericolosa”. Tre anni dopo arriva il film che probabilmente racconta meglio il Clooney autore: “Good Night, and Good Luck”, presentato proprio a Venezia dove vinse il premio per la migliore sceneggiatura in un film che raccontando lo scontro fra il giornalista televisivo Edward R. Murrow e il senatore Joseph McCarthy nell'America degli anni Cinquanta parlava di giornalismo, responsabilità, libertà di informazione e rapporto fra media e potere. La regia diventa così l'altra faccia della sua carriera. Arrivano “Le idi di marzo”, “Monuments Men”, “Suburbicon”, “The Midnight Sky” ed altri film ancora. Non tutti hanno ottenuto lo stesso successo, ma quasi tutti mostrano un Clooney interessato alla politica, alla storia americana, al potere e alle sue deformazioni.
Anche i premi raccontano una carriera anomala. Clooney ha vinto due Oscar: il primo come attore non protagonista per “Syriana”, il secondo come produttore di “Argo”. Nel complesso la carriera gli ha portato anche quattro Golden Globe, quattro SAG Awards, un BAFTA e numerosi altri riconoscimenti. Ma esiste pure un Clooney fuori dal cinema. L'impegno per il Darfur, i viaggi nella regione insieme al padre Nick, l'intervento davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l'attività umanitaria in Sudan e ad Haiti. Tutti elementi che spiegano perché il Leone veneziano non celebri semplicemente una filmografia.
Clooney è diventato negli anni una figura sempre più rara nello spettacolo contemporaneo: una star nel significato antico del termine e, contemporaneamente, un uomo di cinema moderno. E soprattutto ha saputo invecchiare sullo schermo. Il ragazzo irresistibile di “ER”, il seduttore di “Ocean's Eleven”, con il tempo ha lasciato spazio a personaggi più stanchi e malinconici. Fino al recente “Jay Kelly” di Noah Baumbach, l'anno scorso in concorso a Venezia, nel quale interpreta significativamente una grande star cinematografica costretta a guardarsi indietro e a fare i conti con la propria vita. Forse è proprio per questo che il Leone d'Oro arriva al momento giusto. Non come suggello di una carriera conclusa, ma come riconoscimento a un percorso che ha attraversato quasi tutte le forme dello spettacolo - televisione, cinema, produzione e regia - dimostrando che essere una star può essere un punto di partenza e non necessariamente un punto d'arrivo.