17/01/2026
Sedegliano, Ricordi
Raffaele Nogaro, un friulano per la Campania
di Plinio Donati
Raffaele Nogaro (1933 - 2026), vescovo emerito di Caserta, ha concluso nei giorni scorsi il suo cammino, all'età di 92 anni.
Nato a Gradisca di Sedegliano (UD) il 31 dicembre 1933, si è formato nel suo Friuli, divenendo sacerdote nel 1958 e dedicandosi in un primo tempo all'insegnamento nelle scuole medie del Seminario di Castellerio. Nel frattempo ha concluso gli studi laureandosi in lettere all'università di Padova e in Teologia a Roma nel 1962.
A Turrida lo ricordano come cappellano festivo negli anni sessanta, ma il suo impegno pastorale è stato rivolto principalmente all'Azione Cattolica ed ai Maestri cattolici, fino al 1975 quando l'Arcivescovo Battisti lo ha scelto come arciprete della parrocchia del Duomo di Udine.
Quegli anni furono segnati dalla tragedia del terremoto, come pure dalla crisi sociale originatasi dai fermenti del '68, mentre in ambito ecclesiale si aggiungevano gli effetti dei cambiamenti voluti dal Concilio Vaticano II; in tale complesso contesto monsignor Raffaele aveva assunto anche l'incarico di direttore del Consiglio Presbiterale diocesano, confrontandosi con un clero che rifletteva e amplificava le numerose problematiche del nostro territorio.
Verso la fine del 1982 giunse inaspettata la nomina a vescovo della diocesi di Sessa Aurunca, in provincia di Caserta, una piccola realtà ricca di storia e di... problemi.
Si può dire che da qui iniziava una 'seconda vita' per un sacerdote che appariva timido, schivo e riservato, secondo il classico cliché del friulano; ma, quasi unendosi ai tanti emigranti della nostra terra, si è lasciato guidare verso questa nuova esperienza ed in breve ha abbracciato le attese e le urgenze che affioravano in una situazione che potremmo definire di emarginazione.
La scelta di schierarsi dalla parte della gente e di richiamare gli amministratori a un servizio disinteressato gli procurò non poche inimicizie anche ai vertici del potere politico, causando attacchi e contrasti soprattutto quando alla fine del 1990 il papa Giovanni Paolo II lo spostò alla guida della diocesi di Caserta.
In questa città, da sempre considerata come una periferia di Napoli, lui si è speso per il recupero di una identità cristiana e culturale, nel segno di una autocoscienza capace di valorizzare le potenzialità degli individui e delle associazioni: gli è stato possibile allora promuovere l'avvio di corsi universitari, di centri di aggregazione giovanile, ma soprattutto di una particolare attenzione agli extracomunitari e alle tante situazioni di degrado e di sfruttamento presenti sul territorio, istituendo realtà operative con puntuali riferimenti alle esperienze bibliche, come 'La tenda di Abramo' (ospitalità verso gli stranieri) e 'La casa di Rut' (per il disagio femminile).
Non va dimenticato poi il perdurante contrasto alle infiltrazioni camorristiche, una piaga difficile da debellare che padre Raffaele, come si faceva chiamare da tutti, ha ripetutamente condannato; in questo contesto va ricordata la sua intensa collaborazione con don Peppino Diana, parroco a Casal di Principe, ucciso proprio dalla camorra nel 1994. Il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, nella sua omelia al funerale, così ha delineato la sua figura:«In questa terra ha incrociato volti feriti, storie spezzate, esistenze rese fragili dalla violenza e dall'abbandono. Vittime della camorra, famiglie piegate dall'illegalità diffusa, donne schiavizzate e ridotte a oggetti di mercato, giovani privati del futuro prima ancora di poterlo sognare, migranti in cerca di un nome, di una casa, di una possibilità di vita degna. Davanti a questi volti non è passato oltre. Si è fermato. E davanti a tutto questo non ha scelto il silenzio prudente, quello che tutela la tranquillità e salva le apparenze. La sua lotta contro la camorra nasceva dalla convinzione profonda che il Vangelo è incompatibile con la violenza, con la paura, con ogni forma di dominio sull'altro»
La sua convinzione che la pace deriva dall'incontro con Cristo lo ha reso promotore di innumerevoli iniziative e sollecitazioni per educare le coscienze e diffondere una cultura del rispetto della persona, in continuità con la testimonianza di don Tonino Bello, vescovo di Molfetta (BA), morto nel 1993.
Una volta terminato nel 2009 la sua missione di guida della diocesi il vescovo sceso dal Friuli ha deciso di rimanere nella città che lo aveva accolto, per continuare la sua testimonianza e mostrarsi fedele alla sua promessa di mettersi a servizio delle persone.
Nonostante i numerosi acciacchi che lo hanno accompagnato negli ultimi anni, egli non ha mai smesso di accogliere e sostenere coloro che si rivolgevano a lui, curando anche la pubblicazione di vari scritti.
E stato definito in vari modi, da 'Vescovo di frontiera' a 'scudo degli ultimi', ma lui non amava essere etichettato, bensì cercava l'essenzialità nei rapporti, come pure stare in mezzo alle persone evitando l'esibizione di segni esteriori.
Attraversando la città di Caserta, verso il cimitero dove ha voluto essere sepolto nella terra, vicino alla 'sua' gente, abbiamo visto esposta la sua immagine con la scritta “grazie!”, nel segno della essenzialità che ha caratterizzato tutta la sua missione, come pure a testimonianza di un sincero affetto.
Quarantadue sono stati gli anni della nuova vita nelle terre del Meridione di questo nostro friulano, rimasto sempre ancorato alle sue origini e spesosi totalmente al servizio della missione a lui affidata.
Possiamo sicuramente aggiungere il suo nome all'elenco dei tanti personaggi che hanno dato lustro e visibilità alla nostra terra, ma forse non era questo ciò a cui lui ambiva; ci lascia di certo un messaggio, anzi una supplica a raccogliere il testimone che lui ha consegnato, perché dopo la sua presenza ci sia ancora chi dedica la sua vita alle persone, senza calcoli o ambizioni di potere, per vivere la necessità del servizio che libera da ogni etichetta e parla direttamente al cuore.